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Visualizzazione post con etichetta Le riflessioni di Davide Guida. Mostra tutti i post
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domenica 26 aprile 2015

Premio Internazionale Città di Pomigliano d’Arco, lettera di invito dell’organizzatrice Tina Piccolo



Se dò uno sguardo a ciò che succede intorno provo un brivido di dissenso, tra guerre, violenza e catastrofi varie. La vita è così fragile eppure così preziosa e sono i valori come l'amore, l'amicizia, la solidarietà, il bene comune, la civiltà a renderla più luminosa del sole. Ecco perchè nasce un premio e si porta avanti, con impegno, lavorando, rimettendoci economicamente, ma avendo ancora fiducia nelle umani possibilità e nel  bene, nonostante tutto...

Così sabato 2 maggio, dalle ore 10 sino alle 14 e, dopo la pausa pranzo, dalle ore 16 alle 18,30, si terrà la ventisettesima Edizione del Premio Internazionale Città di Pomigliano D'Arco “NUMBER ONE DELL'ARTE E DELLA SCIENZA” da me fondato nel 1993 a Pomigliano d'Arco, con la collaborazione di tanta magnifica stampa e di innumerevoli associazioni e il patrocinio morale di enti prestigiosi.

Per la loro bravura, la competenza, i riconoscimenti già avuti saranno premiati poeti, scrittori, scienziati, politici, personaggi dello spettacolo, della carta stampata e della televisione. Ben 35 artisti della penna e della creatività, con curriculum ammirevoli affrontano anche viaggi lunghi e stressanti, per essere con noi, in questio evento internazionale e ritirare il premio meritatissimo. Sono invece oltre trenta gli ospiti illustri dello spettacolo, della politica, del giornalismo, della tecnologia e della televisione a essere insigniti del PREMIO ALLA CARRIERA. Al tavolo della presidenza prestigiose firme che consegneranno il rinomato riconoscimento dopo le letture dei curriculum da parte della stessa Tina Piccolo e di Dora della Corte con la presenza di alcune damigelle d'onore.

Dopo la pausa pranzo, verranno assegnati ancora tanti premi alla comicità, a nuove correnti letterarie, ai volti più noti di Facebook, accompagnati da canzoni appassionate.

Non mancheranno tante bellissime sorprese.... una giornata tutta all'insegna dell'arte e della cultura, una premiazione ambita con simboli davvero meravigliosi. Mattonelle artistiche realizzate come gioielli dalla pittrice Franceca Panico e create proprio per l'occasione, pergamene strafrirmate da personaggi della cultura e tessere onorarie saranno consegnate durante l'evento.

Rassegna stampa, interviste, video, trofei veramente belli da vedere, tutto questo è il Premio Internazionale, ma lasciamo il sapore di una gratificante sorpresa. Così da un trentennio si procede con questo evento, nato con l'adesione della Presidenza della Repubblica e con la grande medaglia d'argento del Capo dello Stato.

Condurrà e presenterà il giornalista Giuseppe Nappa di "Occhio all'artista" con miei interventi e dopo i saluti introduttivi delle autorità presenti. Sarà vigile attivo con la sua alta tecnologia Davide Guida della DGPhotoArt, esperto in riprese e montaggi video, impiantistica audio e informatica, anche lui meritatamente premiato.

Il necessario servizio d'ordine sarà garantito con la presenza della Protezione Civile di Pomigliano d'Arco.

Siamo alla vigilia delle votazioni politiche e ci auguriamo che vinca l'onestà, l'amore per il proprio Paese, ma che vinca anche l’arte col suo valore catartico e la sua incidenza notevole nel progresso e nella civiltà. Solleviamo i calici per brindare alla cultura che brilla come un sole intramontabile sui percorsi della vita ed è simbolo di unione e di vera e meravigiosa sinergia....

Allora, appuntamento per il 2 maggio al Ristorante “La Coccinella” di Pomigliano D'Arco.

Tina Piccolo
Ambasciatrice della poesia italiana nel mondo
critico d'arte e letteraria
 


















sabato 4 aprile 2015

Orgoglio e salvaguardia della propria dignità, quando si deve capire che è bene metterli da parte

Nella vita, nei rapporti umani,nel lavoro, negli affetti, nella professione, nessuno è infallibile. Gli errori possono capitare e possono, direttamente o indirettamente, provocare conseguenze più o meno gravi. Il problema non è questo: la gravità dell’errore commesso in assoluto non esiste. Nel senso che, una volta commesso l’errore, riparare non sempre è possibile, ma che fare? Allora meglio andare avanti, sapendo che inogni caso ci possono essere ripercussioni su sé stessi: ma nessuno rimane ucciso dall’arma della gogna a vita, anche per l’errore più pesante che sipossa commettere. Bene saperlo.

Il problema è questo, ma è il timore di una ripercussione che scatena in ogni essere umano la salvaguardia della propria dignità a tutti i costi, fa parte, tutto sommato, dello spirito di sopravvivenza che negli uomini è influenzato dal raziocinio che gli altri animali non evidenziano. Errare è umano ma è deleterio non ammetterlo, anche decidendo a malincuore di scendere male a patti con il proprio orgoglio, soprattutto davanti a prove evidenti che testimoniano i propri errori. Ancora più deleterio,ma sfociante poi nel peggiore degli errori che un essere umano può fare, è scaricare le proprie colpe sugli altri, aggiungendo particolari presunti o bugie vere e proprie che tentano di distogliere l’attenzione e spostare le proprie responsabilità su chi in quel momento non ne ha. Un sistema che non funziona più, né nel breve né nel lungo periodo, specie quando non si hanno sufficienti elementi per far reggere il proprio gioco: alla fine le carte vengono scoperte. Allora, in quell'istante, non solo è distruttivo per gli altri, ma lo è anche e soprattutto per sé stessi. Il tentativo di salvare il proprio orgoglio e uscirne puliti non fa altro che pesare su di sé e sulla propria coscienza, e danneggia anche la propria serietà personale e professionale perché viene macchiata da un pizzico di cattiveria e malignità che si percuote su tutta la propria immagine, perché poi diventa sempre più difficile da eliminare.

Quando uscirne indenni da un errore non si può, in assoluto, è più responsabile poter dire finalmente “ho sbagliato” e “scusami”, e dirlo il prima possibile, anche a chi, involontariamente, viene impegolato nell’errore, per volontà diretta o per via indiretta. Altri gesti possono solo peggiorare una situazione, generale… e personale.

04/04/2015

DAVIDE GUIDA

sabato 7 febbraio 2015

Ricordi di allora.... e di oggi


Ieri mattina dopo quindici anni ho rivisto per qualche attimo un ambiente di lavoro che comunque è stato un mio ricordo, più felice in certi attimi, meno felice in altri. Un ambiente di studio, di ricerca. Ho rivisto la struttura, ho rivisto vecchi amici, ma mi sono reso conto come in quell'ambiente non è cambiato quasi nulla. Fa tenerezza anche vedere un vecchio monitor da 15" e un paio di altoparlanti per computer a forma di uovo con il marchio "Kaps" che procurai io stesso, durante la mia permanenza lì. Ma quello che è triste, forse, è che non è mutata neanche la mentalità. Ancora oggi è rimasta l'idea che io "me ne sia voluto andare" da lì, dopo un anno di esperienza contrattuale come tecnico sistemista di rete, pur avendo fatto capire che a casa il pane io lo posso portare solo con uno stipendio, e non con la ricerca fine a sé stessa. Ancora oggi sento che chiunque era a contratto allora è stato sistemato dopo poco tempo, ma io vedo ancora lì gli stessi nomi di allora, persone già inquadrate all'epoca che non hanno fatto altro che carriera. E' decisamente strano, allora, sentirsi dire che si poteva essere facilmente inquadrati, quando nello stesso tempo ti si dice che i personaggi che come me erano precari, consulenti esterni, hanno poi deciso di farsi tutti - nessuno escluso - la loro vita all'esterno... o all'estero! Ma comunque, che dire, è sempre stata loro mentalità, e come tale la devo accettare, non posso certo aspettarmi che cambino, tanto, come si dice, la mia vita oramai è altrove.

Tutto sommato però, ieri mattina non ho vissuto quei ricordi con dispiacere, anzi con un po' di nostalgia. Perché in quell'ambiente in fondo c'era stata e c'è tuttora molta collaborazione, e si mantiene sempre il rispetto fra quelli che sono i componenti di uno staff di lavoro. Anche quando, nel 1999, ne facevo parte, ognuno aveva il proprio ruolo e rispettava quello altrui. Ero il tecnico sistemista, per intenderci, colui che gestiva i computer, salvava i dati sulle cassette, realizzava programmi per la elaborazione numerica delle informazioni ricavate dagli altri con le loro strumentazioni. Mai nessuno ha pensato di spiegarmi come dovevo fare queste operazioni, mai io ho detto loro come svolgere il proprio lavoro su un impianto meccanografico o in un laboratorio di prodotti chimici. Mai nessuno si è dovuto lamentare con i "superiori" per il comportamento scorretto di un altro. Tutto funzionava bene, il rispetto c'era, sul lavoro come fuori, anche quando fu organizzato un grande convegno: "la squadra" portò a termine senza incidenti di alcun tipo una riunione scientifica di rilievo internazionale. Le uniche discussioni che avvenivano nel poco tempo libero (tipicamente l'ora di pranzo) riguardavano la politica di allora, ma nemmeno poi tanto, rimanevano fossilizzate in quei pochi minuti di un panino e di una bottiglia d'acqua.

Oggi invece, forse per la crisi, ma forse più per la diversità dell'ambiente che frequento, il rispetto manca, c'è prevaricazione, bugia, voglia di mostrarsi superiore verso l'unico giudice del proprio operato, il cliente, utilizzando mezzi non propriamente leciti né moralmente né tecnicamente. Facebook ha consentito che questo si evidenziasse più facilmente, ma evidentemente il periodo storico e una certa mentalità umana lo favorisce. Non si cerca di creare una squadra per produrre un lavoro comune, ma solo per poi costruire una specie di "casa del grande fratello" in cui debba uscire un solo vincitore. La tristezza però che, in questi casi, il vincitore non sarà necessariamente il migliore, umanamente e professionalmente.

07/02/2014

DAVIDE GUIDA

lunedì 2 febbraio 2015

Un saluto a Ciro Amadoro, grande uomo, lavoratore, amico


Una fatalità, lasciarci il giorno del tuo onomastico, lo scorso 31 gennaio. Tutto mi aspettavo, al rientro dal salotto culturale di Tina Piccolo sabato sera, tranne venire a sapere questo, direttamente dall'amico assessore con cui abbiamo condiviso uffici, gioie, dolori e "cazziate". Non avresti dovuto farlo, proprio ora. La segreteria regionale in cui per sette anni e più abbiamo condiviso lavoro, esperienze professionali, e anche amicizia fraterna, avrà un vuoto ora: avrò i brividi a passare ogni volta davanti a quella stanza dove risiedeva la tua scrivania. Dove saranno le tue boutades, il tuo saluto ai "lavoratori" e ai "non lavoratori", i tuoi goliardici scambi di battute con l'amico assessore. E come dimenticare quando, sei anni fa, mi hai aiutato e supportato senza alcun interesse i giorni della malattia terminale di mio padre, abbandonato dagli stessi medici che lo avevano curato, oppure, in momenti meno delicati, semplicemente quando dovevo aver contatti per il mio lavoro di videoriprese, nel 2012, per poter accedere ufficialmente, dalla porta principale, a un evento umanitario nel quale tuoi amici facevano grande opera di bene. Non avevi chiesto mai nulla in cambio, se non il mio lavoro regionale che spettava a te come a tutti i nostri più cari collaboratori che ora con me stanno piangendo la tua scomparsa. Che altro ricordare? Il tuo computer che aveva mille problemi ma che non sopportavi, nemmeno per scrivere una lettera.... e tanto tanto ancora. Come dimenticare? Ti posso dire solo, ciao Ciro Amadoro.... e mi raccomando, vivi ora ancor meglio, in un mondo migliore di questo (e poco ce ne vuole, cosa mai ci aspetta qui in terra): brillano i miei occhi solo al pensiero che sei stato amato, pur se vittima anche tu nel tuo passato dirigenziale e politico, di cattiverie altrui, ma hai avuto tante persone che ti hanno voluto bene. E io sono fra questi. 

E anche da lassù, dai il tuo caro saluto ai "lavoratori" e ai "non lavoratori".
Ciao.

DAVIDE GUIDA

venerdì 30 gennaio 2015

L'orgoglio per la propria professionalità per guardare sé stessi "in alto", non gli altri "dall'alto"

Qualche volta mi arriva all'orecchio la voce che io mi vanti un po' troppo della mia professionalità.

In realtà ne approfitto per percorrere, giusto per un attimo, i miei ricordi.

Mettere a 16 anni per la prima volta le mani su un Personal Computer, per scrivere un programmino che faceva scivolare un paracadutista sul pavimento. Poi studiare giorno e notte per imparare ciò che i corsi di studio appena ti accennavano, iniziare a lavorare a 26 anni, dipendendo da alti dirigenti che non sapevo nemmeno come trattare per accontentare, e poi, avere poi un'azienda a tutti gli effetti - con soci e partita iva - per quindici anni, dico quindici, con i problemi che ne conseguivano: tasse da pagare, controlli fiscali, clienti pluri-ritardatari nei pagamenti, tentativi e certezze di truffe subite, clienti arrivati, andati via, tornati; notti passate insonni a scrivere programmi da consegnare, o a preparare i corsi di formazione, diretti spesso a persone che di formarsi non avevano nessuna intenzione... partecipazione a bandi di gara dove bisognava vincere solo sul prezzo più basso, telefonate di clienti in preda al panico per un blocco al sistema, computer rotti o impazziti sui quali non sapevi più come metter mano, collaboratori esterni che producevano solo all'1% di quello che avremmo voluto e che pensavano pure di avere ragione. Tutto questo, combinato alla volontà personale di acquisire sempre più conoscenze per rimanere a galla, e di trovare nuovi prodotti e servizi di interesse, per un pubblico di clienti che viveva la crisi e non aveva voglia di investire denaro.

Tutto questo lo portavo con una grande voglia di ottimismo, perché l'unico modo per sopravvivere in crisi economica era quello di credere in sé stessi e nelle proprie competenze, e procedere, sempre guardando in alto e mai in basso. In due parole, era quello che qualcuno oggi accusa di vantarsi della propria professionalità, ma che sia quella reale, non quella presunta.

Anni di sacrifici, veramente documentati, e che nessuno potrà mai negare di aver vissuto. E la crisi che ti ha portato a tenerti tutto questo alle spalle. Momenti vissuti nella sicurezza economica che ora fanno parte solo del passato. Me non serve a questo punto piangere. Questo deve per forza far credere ancora e ancora di più, e spingere il pedale sull'acceleratore, manifestando apertamente la cosiddetta professionalità, anche e soprattutto in un momento in cui il lavoro si tramuta e c'è bisogno di investire in nuove competenze. Anche per rendersi credibile in un mondo sempre più esigente. Rendersi elegante, simpatico, disponibile al momento giusto anche conta, da abbinare alle competenze personali. Mostrare le proprie qualità, non nascondendo i propri limiti e dimostrarsi disponibile con chi vuole stringere un rapporto lavorativo con te. Anche questa è professionalità.

Per quello voglio sentirmi "professionale", con il giusto orgoglio, ma non facendo così un dispetto a nessuno, se non a quelli che pensano invece di vantarsi per quello che non sono, forse invidiosi, gelosi o magari semplicemente coscienti di non riuscire, e anziché sfoggiare la propria capacità, e che diamine, in qualcosa pur l'avranno, pensano di vivere di una costruita immagine, che però in realtà non ha nulla, e credono di potersi ritagliare uno spazio screditando i meritevoli con pochi, stupidi particolari, spesso inventati o rimaneggiati ad arte per farli sembrare veri.

La vita è concorrenza, anche spietata, ma in economia si parla di concorrenza leale. La concorrenza sleale non è consentita, le bugie non contano, non accumulano meriti, mentre le qualità e le capacità lo fanno, eccome

E dunque, dietro quella "professionalità" che sta intorno alla mia attività, non possono che esserci fattori umani che raccolgono innanzitutto i frutti di una vita fatta di sacrifici, che purtroppo non necessariamente è sintomo di benessere economico, specie in un sistema come quello attuale che non si costruisce sulla meritocrazia, ma tristemente su altri fattori che non sono adatti a spiegarsi in questo carteggio.

L'importante è comunque, ribadisco, sempre credere in sé, guardando al passato senza dimenticarlo mai ma ponendolo, diciamo, in un cassetto, e soprattutto andando sempre avanti, mirando verso l'alto e mai verso il basso.
30/01/2015
DAVIDE GUIDA

lunedì 19 gennaio 2015

Ottimismo e buona volontà, le armi della professionalità, non opportunismo, non egoismo, non egocentrismo

Ne parlavo l'altro giorno a un importante colloquio di lavoro, con dirigenti di alto profilo e ora ne rifletto anche sentendo parole di altri.

A volte mi domando quanto si dà tanto per la propria professione, e l'Italia non è certo un terreno di gioco favorevole. Ho avuto una vera e propria azienda per quindici anni, cosa che in periodo di crisi è da considerare di tutto rispetto, come mi ha fatto notare l'altro giorno un influente dirigente regionale. Ma la durata è stata dettata soprattutto dalla volontà di crederci, strumento necessario per portare avanti quel lavoro, insieme a chi ha deciso di andare avanti con me e che ancora oggi è degno della mia stima.

Oltre la buona volontà, oltre la capacità, oltre il buon curriculum: l'ottimismo era sempre, più del know-how, l'arma per poter creare il nostro spazio in una realtà difficile come quella del nostro Paese. Le soddisfazioni sono state veramente tante, al di sopra di tutti gli ostacoli che si ponevano davanti. Gli incidenti di percorso c'erano (clienti scomparsi prima di pagare il prodotto avuto, giusto per fare un esempio, il caso più eclatante), la concorrenza era spietata, ma certo non erano le cattiverie che si vedono in altri ambiti come l'arte e la cultura, dove invece tanti finti "uomini" si credono di essere prime donne tentando di usare, inutilmente, l'arma della bugia perché non hanno quella della qualità.

Nell'attività che ho svolto, principalmente il programmatore di computer, ho visto amici e colleghi anche fra chi non conoscevi. Tranne rarissimi casi di gelosie (ma erano i casi isolati, e ne posso contare veramente pochissimi), di solito ci si aiutava, consapevoli che ognuno dei lavori era destinato alla propria clientela. Erano incarichi pagati anche bene, ma contrariamente a quanto si poteva immaginare, nessuno cercava di prendere il lavoro dell'altro, di sottrarlo con armi improprie, cosa che invece avviene, paradossalmente, dove i soldi non ci sono o, quando anche ci sono, si quantificano giusto in quello che aiuta a recuperare il viaggio in macchina o in autobus. Ma oggi, in nome della propria immagine, c'è chi prevarica e si introduce in quello che non gli compete, in nome non più del Dio Denaro, ma di una divinità peggiore, la Dea Immagine.

Avevo 16 anni quando ho scritto il mio primo programma per computer. Su carta, non avevo nemmeno il computer a casa, passai il listato a mia sorella che faceva lezioni private a un possessore di un Commodore 64 in modo che lo potesse digitare e far funzionare. Poi, ho sudato tanto, imparando a programmare a fondo lo Zx Spectrum, e quindi il PC, per mia passione ma perché pensavo un giorno di poter avere una attività redditizia contutto quello. E in realtà il sogno si è avverato, la "Formamedia" è esistita per tanti anni, grazie anche a quel know-how, ma come dicevo prima, con la forza di volontà e l'ottimismo che era mia prerogativa. Solo una crisi economica, le tasse che ti schiacciano e niente più ha portato alla chiusura di un marchio che definirei storico per me e chi l'ha condotto come me.

Credere, essere ottimisti, ma soprattutto amare il proprio lavoro. Ma non è che l'informatica, la videoripresa, la fotografia, il giornalismo, tutti mestieri da libero professionista, ti aiutino tanto a mantenere solidi quei principi. Eppure lo faccio, a denti stretti, perché l'amore per il mio lavoro e per me stesso mi conduce anche a farlo bene. Non sempre entrano soldi, anzi, si investe molto di più nel tempo e nel denaro di quanto lo facessi prima, ma è indispensabile.

E' giusto e sacrosanto essere riconosciuti economicamente nel proprio lavoro, ma è giusto anche dare a quel lavoro anima, emozione, pensiero perché venga svolto nel migliore dei modi anche quando non c'è un immediato rientro.

Non ho mai vissuto di privilegi, non ho mai sopportato chi vuole campare sulle spalle degli altri, convinto di poter avere tutto solo per diritto. Ma quale diritto, questo è un mondo di doveri, innanzitutto, e non solo di diritti. Il dovere è dare il proprio contributo con amore, senza pensare solo a privilegi, certo senza mai perdere la propria dignità, ma senza dimenticare che, in un momento di crisi senza precedenti, esistono anche i sacrifici, e invece cosa noti? Vedi che, non solo nel pubblico impiego, ma anche nel libero professionismo si gioca di mentalità di assistenzialismo, di privilegi, di diritti da acquisire ipocritamente, viceversa osservi che sono realmente pochi quelli che investono tempo e denaro (due realtà equiparate, perché il TEMPO E' DENARO!) per costruire il proprio futuro in una economia sempre più difficile.

Ancora ancora, lo riuscivo a capire e a tollerare in un lavoro pubblico, dove ci sono sempre diritti acquisiti per la logica del posto fisso, ma mi rincresce tantissimo vedere una logica simile in molti "privati", e in tutti i settori, compreso quello, ma non solo, dell'attività imprenditoriale. Per carità, questa non è professionalità, è egoismo, opportunismo, meschinità, cattiveria nei confronti di chi vuole credere ancora e di conseguenza investe tanto in sé stesso pur alla fine di riuscire a essere un nome nella società.

Per me, vivere vicino alle persone che del privilegio ne fanno pane quotidiano, non è assolutamente facile, e se posso le allontano; e se proprio non mi è consentito, allora gioco di compromesso (perché la vita è anche questo, ma non consideriamola una cosa scandalosa se capiamo esattamente cosa vuol dire...), ma giusto il tempo che sia realmente necessario: preferisco non mangiarci assieme allo stesso tavolo, non confidarmi con loro, non essere loro amico, non amarli. Per fortuna, sono pochi in confronto ai tanti, trovo sempre più accanto a me persone volenterose di crescere professionalmente e umanamente, che quindi ti rispettano e di conseguenza avranno rispetto.

Ed è proprio il rispetto, e non certo l’egoismo e l’opportunismo, che ci condurrà, pur se lentamente, in un sistema migliore.

Riflettiamo.

19/01/2015

DAVIDE GUIDA

sabato 3 gennaio 2015

Esperienza sempre, emozioni tante, dove c'è "profit" e dove può anche non esserci.

Spesso si fa ciò che non si è mai pensato di fare, per amore di esperienza o forse solo perché si vuole dimostrare al mondo di fare qualcosa. Da autodidatta, o tramite una scuola, si impara ciò che si ha intenzione di fare, se si decide di imparare un sapere dell'uomo da soli, ci vogliono anni e anni di impegno personale, ma anche il contatto con le esigenze esterne.

Giusto per fare un esempio, per anni ho sviluppato, dietro le mura di casa mia, una serie di procedure di programmazione che sarebbero risultate utili nello sviluppo di una applicazione per computer. Utilissime, ma non uniche si intende, per accelerare i tempi al momento del bisogno (una commissione da parte di un cliente). Questo vale nelle riprese video, nella regia, nella fotografia, nella creazione di un articolo di giornale o nella stesura di un libro, ma anche nell'espletamento di una emozione come può essere la creazione di un'opera d'arte. Bisogna saperlo fare, non ci si può improvvisare. Poi è ovvio, nessuno nasce imparato.

Il problema di molti è che credono di saperlo fare e di proporsi a un mondo esterno, prima ancora di saperne i rudimenti. Ecco perché poi trovi un cameraman che può non sapere cosa sia il bilanciamento del bianco e un fotografo cosa sia un diaframma. O un programmatore di siti Internet che non sappia cosa è HTML. O uno sceneggiatore che non sa cosa sia la sinossi. O un giornalista che non ha nemmeno le basi di un corretto e fluente italiano scritto, ma scrive scolpendo nella storia l'apoteosi della sgrammaticatura fatta verbo. E così nell'arte, anche se non è tecnologia, quando qualcuno scrive, disegna, scolpisce, compone musica, interpreta una parte in un film o in una commedia, senza che ci sia la spinta del cuore e nozioni di base per poter produrre emozioni.

Dunque, procediamo con un po' di coscienza nel nostro fare, ma anche con un background di conoscenze anche teoriche, e di esperienze accumulate nei tempi che possono consegnarci il termine "professionalità" pur senza che esista un titolo di studio o l'iscrizione a un albo. E per finire, la questione del "dio denaro". C'è da puntualizzarlo, l'emozione non ha prezzo, ma la professionalità, a quel punto e al momento debito, deve averlo. In proporzione.

03/01/2015

DAVIDE GUIDA
DGPhotoArt - Tel. 3349383903

sabato 6 dicembre 2014

Il mondo dello spettacolo, una malinconia che non vorrei vivere più

Il mondo dell'arte, della cultura, dello spettacolo mi trasmette sempre una cupa ombra di malinconia.

Sono decenni che lo osservo, studio, lo inseguo sognando come fare perché diventasse parte di me. Ero un bambino quando immaginavo di scrivere programmi e spettacoli televisivi, e di poterli anche condurre, o semplicemente dirigere. E' stato solo questione di tempo per trovarmici dentro, ma ora che lo vedo dall'interno ne soffro tanto.

Grazie allo spettacolo ho visto emozioni, passioni, sogni realizzati e sogni infranti, ma anche bugie, perversioni, malignità.

Grazie allo spettacolo ho imparato cosa vuol dire amare, più di quanto avessi fatto in passato, ma ho anche capito cosa è il rancore, l'odio, l'astio, la prevaricazione di coloro che senza contenuti vorrebbero guadagnarsi il mondo bruciando la terra attorno a sé.



Grazie allo spettacolo ho sofferto tantissimo per amore, ma ho anche visto cosa questa difficile parola, per gli altri che mi cicondano, vuol significare. E soprattutto dall'esterno e dall'interno ho captato infelicità, desiderio di effimera immagine, sofferenza di chi forse è spinto dalla volontà di essere di più di quello che si è realmente. Perché quando si torna a casa, dopo un grande applauso del pubblico affezionato, ci si guarda allo specchio più stanchi e soli di prima.

Un sistema maledetto chiamato "gossip" vuole che chi cavalca l'onda della popolarità viva per il pubblico una vita differente da quella vera, interessi che non sono quelli reali, amori che non esistono, ma che bisogna far credere che ci siano perché danno una sostanza migliore di sé. E' una distorsione della realtà. Anche io sono vittima di tutto questo, e solo Dio sa quanto vorrei che così non fosse. Che il sorriso di un protagonista del palcoscenico sia reale e non sia solo una maschera come quella di un clown che al di fuori ride ma nella sua anima piange lacrime amare.

E tutto questo, mi rende sofferente e malinconico. Ma quello che mi incoraggia è ancora essere voluto bene, incoraggiato da persone che sono vere, genuine, sincere, anche in un mondo che sostanzialmente è fasullo. Non ne potrò fare a meno, ne ho viste moltissime e ne vedrò tante ancora. E con i miei occhi vorrei tanto immaginarmi un mondo dello spettacolo diverso, non permeato da tutto quello che è solo un treno che passa sui binari di montagna senza lasciare nulla che polvere. Immaginarlo pieno di calore, di emozione sincera, di amicizia, di fratellanza, di occhi lucidi dalla commozione, di pianti di gioia condivisi da abbracci d'amore genuino.

E' un sogno, lo so, irrealizzabile, ma spero che se non sarò io a vederlo.... un giorno lo veda qualcuno.

Eh sì, voglio crederci. E prima o poi....

06/12/2014

DAVIDE GUIDA